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Un gruppo misto di malintenzionati, che non hanno mai mancato di far sentire il loro appoggio alla Russia di Putin e di benintenzionati, anime autentiche del pacifismo italiano, insieme ad una larga platea di complottisti ha deciso di avviare, nei prossimi novanta giorni, una campagna di sostegno per un referendum popolare, in cui si cercheranno di raggiungere 500 mila firme contro l’invio di armi all’Ucraina e per la sanità pubblica

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La vergogna per il massacro di Srebrenica, avvenuto l11 luglio 1995 sotto gli occhi del personale olandese delle Nazioni Unite, che rimase immobile nonostante le tante informative sull’ eccidio in corso, ora potrebbe essere di gran lunga superato in Italia. 8000 ragazzi e uomini vennero trucidati nei boschi, a poca distanza dagli uffici Onu, dalle truppe del generale Mladic, mentre il contingente olandese dell’UNPROFOR avrebbe dovuto garantire quella zona come “protetta”. Il silenzio fu atroce per quelle tante donne che erano andate a richiedere l’intervento dei soldati olandesi in difesa dei loro mariti.

In Italia un gruppo misto di malintenzionati, che non hanno mai mancato di far sentire il loro appoggio alla Russia di Putin (sulla scia delle parole molto chiare di Berlusconi sul “government change”), di benintenzionati, anime autentiche del pacifismo italiano, insieme ad una larga platea di complottisti ( che avevano già annunciato l’inizio della dittatura con il ricorso temporaneo ai green pass) ha deciso di avviare, nei prossimi novanta giorni, una campagna di sostegno per un referendum popolare, in cui si cercheranno di raggiungere 500 mila firme contro l’invio di armi all’Ucraina e per la sanità pubblica.

È chiaro a tutte e tutti che la domanda referendaria è un’altra, e non è neanche tanto velata: meglio dare soldi all’Ucraina o agli ospedali per accorciare le liste di attesa? Meglio la morte loro o la tua?

Mentre l’eccidio in Ucraina continua, con città intere sotto attacchi missilistici e bambini che muoiono a Mykolaiv o a Uman o a Pavlohrad, mentre viene di nuovo bombardata la capitale Kiev mirando solo a obiettivi civili, c’è un’Italia che vorrebbe discutere amenamente e pubblicamente se alzare o no il pollice a favore del popolo aggredito.

Alcuni di questi firmatari dicono a gran voce “vi vogliamo bene e siamo solidali, ma cavatevela da soli perché siamo sempre stati contrari alle armi e lo siamo anche a difesa del vostro popolo. L’Italia ripudia la guerra e la vostra guerra non ci appartiene”, altri più espliciti, come “l’altra destra” di Gianni Alemanno, affermano che “dobbiamo difendere gli interessi nazionali” e l’Ucraina non è tra questi.

Poi ci sono coloro che hanno visto e capito il grande complotto prima degli altri e quindi sanno che non vale la pena evitare di far morire quel bambino lì, quella maestra di Mykolaiv o quel giovane di Hostomel, o di difendere Kiev con uno scudo missilistico, perché era già tutto previsto dalla grande manovra del diavolo occidentale. Secondo questo storytelling se disarmiamo l’Ucraina tutto finirà presto, anche l’Ucraina stessa, per mano dei russi, ma sempre per colpa dell’Occidente che questa guerra l’ha voluta.

E mentre l’Italia si prepara a serate di talk ed a titoloni di giornali, mentre le forze berlusconiane, sovraniste e putiniste proveranno a fare il loro ordinario lavoro di influencer, mentre i complottisti aggiungeranno nomi alle loro liste broadcast, nomi di persone a cui desiderano aprire gli occhi “sulla verità che i poteri forti ci nascondono”, a Brovary, a Kherson, a Cherniv, nella provincia di Karkhiv, ci saranno interi nuclei familiari che assisteranno al dibattito italiano mentre la paura li assale ogni giorno di più, mentre il mondo democratico che avevano faticosamente costruito dal 1991 in poi crolla attorno a loro. Donne con uomini al fronte della resistenza che potranno assistere al dibattito di personaggi urlanti che discutono, a duemila chilometri dal fronte, di come sia “ingiusto” assistere questo popolo nella sua difesa. E lo chiameranno pacifismo, allontanando schiere di giovani ucraini dalla parola “pace” confusa con la parola “divano”, aumentando la rabbia ed il desiderio di vendetta.

Facciamo un esempio non proprio distopico e catastrofico, mettiamoci nei panni dell’aggredito.Facciamo una storia futura “con i se”, come ci insegna l’ultimo film di Nanni Moretti. Se fossimo noi gli aggrediti, cosa vorremmo che facessero gli altri popoli europei e filo-europei? Se fossimo noi tra gli 8000 trucidati nei boschi vorremmo che gli olandesi venissero in nostra difesa subito o che avviassero un bel dibattito democratico sull’opportunità o meno di aiutarci? Gli uomini del contingente olandese si dimisero tutti dai loro incarichi, dopo aver compreso la crudeltà del loro silenzio in quella circostanza, noi italiani cosa dovremmo fare quando domani ci accorgeremo della crudeltà del nostro chiasso nel mezzo del dolore più atroce?

Chi nella società civile vuole impegnarsi pacificamente per l’Ucraina, vada in Russia a fermare democraticamente l’aggressore, se riesce, oppure venga in Ucraina a sostenere in modo nonviolento il popolo aggredito. Se non può fare né l’uno né l’altro non ci si improvvisi come geopolitici, come ci si improvvisava medici, virologi e farmacisti: durante la pandemia si era ridicoli, ora si è oltremodo cinici e crudeli.

I benintenzionati vadano a dare una mano, i malintenzionati dicano apertamente da che parte stanno tra aggredito ed aggressore (abbiamo l’Onu che dice chi è l’uno e chi è l’altro), e non maneggino i dati e le informazioni come in pandemia, per dire che l’Onu non è l’Onu e le morti non sono morti.

Con la sola proposta di questo referendum una sola cosa certamente l’è morta, la pietà.