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Caro direttore,
in un film simbolo della tradizione popolare sovietica, ‘Matrimonio in Malinovka’, c’è una scena in cui gli ucraini rivedono la propria secolare sofferenza da oppressione: un anziano contadino toglie e mette il suo cappello, con il simbolo dell’Armata Rossa, pur di cercare di continuare ‘a campare’ senza essere disturbato dagli occupanti di turno, bolscevichi, briganti o cosacchi… I racconti che abbiamo ascoltato direttamente a Kiev ci ricordano molto quella scena: a febbraio 2014 gli abitanti dell’Est hanno saputo dal solo rumore dei mitra che i loro governanti locali ucraini erano stati deposti e che da quel momento coloro che comandavano erano quelli con la mimetica, che non avevano simboli di una nazione precisa.

Da quando, nel lontano novembre 1917, l’Ucraina ha provato a proclamare e vivere una sua indipendenza, non ha quasi mai avuto pace. Le sfere di tensione sono sempre state molteplici: con i bolscevichi, interessati all’annessione alle future Repubbliche sovietiche, e con gli imperi occidentali che premevano da ovest per occupare le zone più importanti. Proprio come oggi, poi, nell’economia globale ogni crisi ucraina significa ‘crisi del grano’ ed è per questo che la pace tra Est e Ovest, firmata il 3 marzo 1918 a Brest-Litovsk, venne chiamata «pace del pane», firmata sul corpo degli ucraini, che di lì a poco sarebbero stati di nuovo occupati dai sovietici. Fino al 1991. Ancora oggi, il racconto mainstrean che si fa sull’Ucraina è totalmente dimentico delle ragioni profonde del popolo, il dibattito è fagocitato sulla discussione relativa alle ragioni e agli errori degli appetiti altrui.

Ciò che ci sembra incredibile, dopo l’ascolto attivo praticato a Kiev dalla delegazione del Mean, è che non c’è evento più bistrattato in Europa proprio di ‘EuroMaidan’, letto ancora solo in funzione delle sfere di influenza coinvolte (Russia e Occidente). Maidan è stata la più grande manifestazione popolare pro-Europa degli ultimi decenni, mentre due anni dopo gli inglesi celebravano la Brexit. Le testimonianze di chi l’ha animata e vissuta compongono un racconto univoco, coerente con la resistenza di oggi: gli ucraini hanno lottato per essere riconosciuti come europei e per non tornare nella sfera di influenza russa.

Un racconto davvero popolare che ci è stato confermato in tutti i dialoghi intessuti: Janukovyc aveva fatto richiesta di «associazione alla Ue» e l’immediata reazione russa fu una convocazione del premier ucraino al Cremlino. Al ritorno da Mosca, novembre 2013, il premier comunicò ai suoi elettori che l’accordo di associazione non avrebbe avuto seguito «per gravi motivi di sicurezza nazionale». Tanti ucraini però non intendevano fare passi indietro e misero a ferro e fuoco la loro piazza principale, il cui nome completo è Piazza dell’Indipendenza, passata alla storia come «La Piazza» (Maidan, appunto). La rivolta finì con cento manifestanti uccisi dalla polizia e centinaia di feriti, ma soprattutto con la vittoria delle posizioni europeiste. Come preannunciato da Janukovic, il conto della svolta arriva subito: si solleva una parte della popolazione russofona e gruppi di militari e paramilitari, russi, invadono l’Est. La Crimea viene presa da Mosca. Scatta, pronta, la reazione ucraina, anche qui in forma articolata: militare e paramilitare. E inizia la guerra che, nel 2022, diventa terribile con «l’operazione speciale» di Putin.

Chi dal lato dell’Europa chiede a ragione pace e dismissione delle armi, non può prescindere da questo ascolto: gli ucraini oggi sono un popolo unito che chiede ancora Europa. Per ‘sentirlo’ e capirlo bisogna attraversare quella piazza e pranzare all’’Ultima barricata’, il locale sotterraneo dove si conservano oggetti e gesta della ribellione europeista. Cosa c’è da fare dopo questo ascolto? Ribaltare il racconto: gli ucraini hanno la forza morale per diventare gli artefici della loro pace e non l’oggetto di essa, a difesa di interessi altrui. Mentre si cercano le strade per una tregua possibile, dobbiamo sostenere la società civile ucraina perché ottenga che questa volta non ci sia alcuna «pace del pane», a sue spese, ma gli stessi ucraini siano artefici della lavorazione del pane della pace, nella prospettiva di un’Ucraina libera ed europea. Oggi questo popolo non vuole togliersi il berretto davanti al nuovo occupante, a noi tocca sostenerli con tutta la forza della diplomazia, non solo nel dialogo tra Stati, ma anche e soprattutto ‘dal basso’ con l’amicizia tra popoli.

Portavoce Mean

Leggi l’articolo di Angelo Moretti su Avvenire.it