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Una foto di fine luglio ritraeva Recep Tayyp Erdogan, Vladimir Putin e Ebrahim Raisi, premier iraniano, intenti a dibattere sul “futuro della Siria” e sulla sua pacificazione. Dai rendiconti dell’incontro di Teheran sappiamo almeno due “fatti”: Erdogan ha proposto a quel tavolo, con molta determinazione, il via libera ad un’operazione militare contro le fazioni del partito curdo che sono di stanza in Siria; qualche giorno prima del meeting la Federazione Russa e l’Iran hanno stipulato una manifestazione di interesse sull’acquisto del gas russo a marchio Gazprom da parte del regime persiano.

Come in uno stallo alla messicana ognuno dei tre può minacciare l’altro ( un “terrorista” per Ankara può essere un alleato per l’Iran e la Russia e viceversa; l’autonomia produttiva e commerciale dell’Iran può essere un pericolo per la Russia e viceversa) ed ognuno può essere minacciato dall’altro. Il tavolo trilaterale reggerà finchè tutti i contendenti intravedono vantaggi superiori alla semplice “sparatoria”.

Ma negli ultimi mesi Erdogan, che viene comunemente chiamato “sultano” dalla stampa internazionale e che il premier Draghi definì“un dittatore”, si sta rivelando attore decisivo anche per la mediazione in Ucraina. La Turchia, il cui regime è stato pluricondannato dalla Corte Europea dei Diritti Umani per le violazioni contro le minoranze e le opposizioni, con l’utilizzo arbitrario del carcere per fini politici, è oggi il principale fautore, forse l’unico, della soluzione diplomatica tra Mosca e Kiev.

È una bestemmia? In teoria si. È una sciagura? In teoria no, ma dipende solo da noi.

“Noi” che non viviamo in regimi autoritari e liberticidi, ma abitiamo in un’Europa democratica e liberale. Questo “player” della diplomazia internazionale, che ha fatto arrestare in via “preventiva” 427 magistrati, sta smuovendo le acque non certo per un fine umanitario universalistico, che potrebbe richiamare alla nostra memoria un Altiero Spinelli o uno Schumann, ma per la volontà evidente di mettere una mano visibile nella partita e vantare crediti quando sarà il momento e nelle sedi opportune, come già accaduto con la detenzione dei migranti operata per conto dell’UE.

Che le navi cariche di grano siano partite è un bene per tutti; che ci sia un possibile incontro tra Zelensky e Putin sotto l’egida di Ankara è meglio che non aver nessun orizzonte diplomatico, ma perché tutto questo non sia una sciagura di domani, che dia forza a leviatani peggiori di quelli che oggi minacciano il mondo, è il momento che l’Europa faccia la sua parte, più e meglio di ieri. All’unico Golia che si muove sulla scena, promettendo dialogo e liberazione di un buon numero di navi cargo, dovrebbero corrispondere centinaia di migliaia di piccoli Davide che costruiscano come i lillipuziani una trama fitta di relazioni tra i popoli. Se l’Ue è evidentemente ancora fuori gioco nel pressing diplomatico, perchè inscindibilmente schiacciata sulle posizioni atlantiste della Nato, gli europei non sono condannati alla panchina, possono fare la loro parte in Ucraina con una presenza che oggi non si vede abbastanza: l’europeismo militante e di massa.

Tra noi cittadini europei non ci saranno sultani capaci di essere ascoltati e di offrire droni ed armamenti ad entrambe le fazioni, ma ci possono essere sindaci e piccole comunità che vogliano entrare in contatto con l’umanità che sta dall’altra parte del confine polacco, che non vogliono lasciare la guerra alla sola scaltrezza dei furbi e dei potenti del mondo, che intendono fare la loro parte “lì ed ora”.

Come sarebbe bello se in una foto di rito del prossimo autunno non vi siano ritratti tre uomini di guerra a parlare di pace, ma trenta sindaci, europei ed ucraini, intenti a parlare di pacificazione e di legami di amicizia delle loro genti. Di fronte alla mano visibile di Erdogan, che oggi ha portato a casa frutti oggettivi della sua attività di mediazione, possiamo evitare di fermarci solo a “gridare allo scandalo”, e sentirci chiamati a rispondere con milioni di mani unite. Perchè quelle navi liberate siano messaggi di pace alle nuove generazioni e non funesti messaggi di un futuro governato da regimi autoritari, tocca a noi oggi fare la nostra parte di europei.

Da settembre il MEAN, il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, confida di mandare una nuova foto dall’Ucraina, quella di un’Europa in movimento, non rassegnata alla marginalità. Stiamo raccogliendo le adesioni dei sindaci italiani, nel frattempo nell’Oblast di Leopoli già fervono i preparativi per incontrarli. Si può fare!

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