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Nel 1979 il mondo visse un momento di grande tensione: l’ambasciata USA a Teheran fu assaltata e furono presi in ostaggio 52 funzionari.

Per 444 giorni tutta la stampa mondiale ha seguito l’evoluzione di questo affronto che avrebbe potuto sfociare da un momento all’altro in una guerra impietosa, ma non andò così come si temeva. Due anni dopo, gli ostaggi furono tutti liberati senza guerra, il bilancio dei morti americani fu di 8 militari, che avevano tentato una rocambolesca liberazione, e quello dei morti civili iraniani fu di un autista.

Nel 1980, pochi giorni prima della liberazione avvenuta nel gennaio successivo, l’allora presidente Carter fu severamente punito dall’elettorato per questo suo comportamento “attendista”, che apparve come “segno di debolezza” dell’esercito americano davanti al mondo intero. Fu una delle più grandi sconfitte di sempre, con il 91% dei grandi elettori che sostennero Reagan ed il 9% che voleva la conferma del democratico. Intervistato trent’anni dopo sul perché avesse condotto in quel modo la lunga crisi degli ostaggi, l’ex presidente non ebbe tentennamenti “con i miei armamenti avrei potuto distruggere l’Iran, ma nel corso degli eventi mi resi conto che, probabilmente, le vite degli ostaggi sarebbero state perdute, e non volevo uccidere 20.000 iraniani. Quindi non attaccai”.

Carter non aveva solo gestito senza violenza la tensione con l’Iran, nel 1978 era stato anche il fautore degli storici accordi Camp David per mettere fine alla belligeranza tra Egitto e Israele, un accordo di pace che costò la vita al leader egiziano Sadat, ucciso due anni dopo da parte di una frange estremista egiziana che vide la “pace” siglata come un tradimento. Stessa sorte che poi toccò all’israeliano Rabin “reo” di aver siglato gli accordi di Oslo con Arafat.

Passando ai nostri giorni, c’è una frase che non andrebbe dimenticata, inserita in un accorato appello, che l’anziano Biden ha rivolto al collega Netanyahu pochi giorni dopo il massacro del 7 ottobre: “non fate i nostri stessi errori commessi dopo l’11 settembre”. Una confessione amara e sintetica sui disastri umanitari e geopolitici che hanno fatto da corollario alla due invasioni a guida americana dell’Afghanistan e dell’Iraq, come risposta militare per i circa 3000 civili uccisi al World Trade Center. Un appello evidentemente rimasto inascoltato da Tel Aviv.

Con l’escalation israeliana, condannata dall’Onu, è facile intuire fin da ora, infatti, che ci saranno ripercussioni di inimicizia e di conflitti armati nell’area per i prossimi secoli. Una totale instabilità regionale basata sull’odio che si aggiunge all’aggressione all’Ucraina su larga scala da parte della Russia ed ora agli attacchi sul Mar Rosso. Dal 24 febbraio 2022 è iniziata per l’Europa un nuova epoca: il secondo dopoguerra ha ceduto il passo ad un periodo globale di “dopopace”, che nessuno sa dove porterà.

Cosa dovrebbe insegnarci in questo scenario la parabola politica di Carter? Che è vera utopia pensare che la pace arrivi solo dalle urne. Nel 2024 si torna al voto in USA, in Europa, in SudAfrica ed anche nelle finte elezioni russe, per una congiuntura astrale il voto era atteso anche a Kyiv, e molti ebrei vorrebbero le elezioni in Israele.

Sarà il sacro rito delle urne a salvarci dalle guerre in corso? Dobbiamo dirci la verità: no.

Qualsiasi cosa accadrà al di qua e al di là dell’Atlantico, sia che gli USA scelgano Trump o gli europei si voltino in maggioranza alla nuova destra, sia che accada esattamente il contrario, Nel dopo-pace saranno i popoli che in ogni forma nonviolenta si uniranno contro le oppressioni e per la fine delle violenze armate a cambiare la storia.

Senza un vero e competente processo di dialogo, anche se ci fosse una sigla di pace, ci sarà sempre chi vorrà uccidere i prossimi Sadat.

Saranno i popoli ostinatamente orientati alla ricerca dell’amicizia a fare la differenza. La sconfitta di Carter e il consiglio inascoltato di Biden siano un chiaro monito per gli europei: nessuno si senta escluso dalla lunga marcia per la pace che ci aspetta e soprattutto dopo le urne in Europa. Siamo tutti candidati.